Il benessere è anche una questione di pelle
“Voglio un pensiero superficiale, che renda la pelle splendida“… Cantava Manuel Agnelli con gli Afterhours. Una frase che, a un primo ascolto, sembra quasi una provocazione. Ma se dietro quel “pensiero superficiale” si nascondesse qualcosa di molto più profondo di quanto immaginiamo?
La nostra pelle è l’ultimo confine tra noi e il mondo, ma è anche il primo e universale linguaggio con cui comunichiamo (a prescindere della nostra volontà). Si arrossa quando proviamo imbarazzo, impallidisce davanti alla paura, suda quando siamo sotto stress, si accende per l’entusiasmo o si spegne nei periodi di maggiore stanchezza.
Il nostro viso e il nostro corpo sono un atlante in continuo cambiamento, sul quale emozioni, esperienze e tempo lasciano tracce che spesso nella quotidianità tendiamo a trascurare, ma che sono immediatamente intelligibili agli altri.
Non è un caso che, quando attraversiamo un periodo difficile, la frase che ci sentiamo ripetere più spesso sia: “Hai una brutta cera”. Il nostro volto ci restituisce un’istantanea di ciò che ancora non riusciamo a dire o realizzare.
Per decenni abbiamo pensato che il rapporto funzionasse in modo unidirezionale: la mente influenza il corpo. Oggi sappiamo che “il corpo parla” ed è anche in grado di dialogare con il cervello, modificando il modo in cui percepiamo noi stessi, le nostre emozioni e perfino il nostro benessere psicologico. A dimostrazione che identità, immagine corporea e salute mentale sono profondamente intrecciate.
Il volto non è uno specchio. È un atlante emotivo
Charles Darwin fu tra i primi a intuire che le espressioni facciali non servono soltanto a comunicare le emozioni agli altri, ma possono anche influenzare e rafforzare l’esperienza emotiva nel soggetto. Più di un secolo dopo, gli psicologi hanno sviluppato quella che oggi conosciamo come “ipotesi del feedback facciale” (facial feedback hypothesis): secondo cui gli stimoli provenienti dal sistema nervoso periferico (indotti cioè dai movimenti muscolari, come quelli del viso, verso il cervello) influenzano direttamente le nostre esperienze emotive.
In altre parole, non sorridiamo solo perché siamo felici. In parte, possiamo sentirci più felici anche perché sorridiamo, coinvolgendo il nostro interlocutore (grazie ai suoi neuroni specchio) nella stessa direzione emotiva.
Lo yoga della risata è una pratica che, ad esempio, sfrutta questa intuizione combinando espirazione yogica ed esercizi di risata autoindotta. Sfruttando l’incapacità del corpo di distinguere tra risate finte e spontanee, permette di ottenere enormi benefici antistress e rilasciare endorfine e serotonina.
Il Botox può influenzare anche l’umore?
Queste teorie trovano molteplici applicazioni e nuove conferme anche nell’ambito della medicina estetica. Diversi studi clinici hanno osservato che l’iniezione di Botox nella regione della glabella — l’area tra le sopracciglia coinvolta nell’espressione di rabbia e preoccupazione — è stata associata a una riduzione dei sintomi depressivi in pazienti con depressione maggiore resistente ai trattamenti convenzionali. Questo perché i pazienti sottoposti iniezione di botulino hanno una ridotta capacità di aggrottare la fronte e quindi ricevono meno feedback negativi associati a questa azione.
Gli stessi ricercatori invitano però alla prudenza: il botulino non è al momento una terapia approvata per la depressione e sono necessari ulteriori studi per comprenderne i meccanismi e identificarne i potenziali benefici clinici.
Non solo una questione di rughe ma di scelte consapevoli
Sia gli psicologi che i medici estetici orientati alla personalizzazione del risultato sottolineano come il vero discrimine di un consulto medico efficace non sia “quale trattamento” estetico venga richiesto dal paziente, ma “perché” lo faccia.
Se la scelta nasce da un desiderio personale, da aspettative realistiche e da una buona salute psicologica, può rappresentare un elemento positivo del proprio percorso di benessere, con importanti miglioramenti anche dell’autostima.
Non perché un volto “perfetto” renda automaticamente felici, ma perché sentirsi nuovamente in sintonia con la propria immagine può ridurre il discrimine tra come ci percepiamo e come ci vediamo allo specchio.
Quando invece diventa una rincorsa compulsiva alla perfezione o il tentativo di colmare un disagio più profondo, nessun trattamento estetico potrà sostituire un adeguato supporto psicologico.
“When you look good, you feel good”
È una frase ricorrente nelle interviste di molte celebrità. Ma riguarda soprattutto le “persone comuni”, con un peso specifico per chi sta vivendo situazioni di discomfort legate a patologie o terapie che impattano sulla percezione corporea.
Sentirsi e vedersi meglio attiva importanti benefici neuro-fisiologici, tra cui la riduzione dello stress percepito e l’attivazione dei circuiti cerebrali della ricompensa e della motivazione. Cambiamenti che possono tradursi in un maggior benessere psicofisico, favorendo concentrazione, relazioni sociali, sicurezza personale e qualità della vita.
Questa consapevolezza clinica è alla base dell’organizzazione globale “Look Good Feel Better“, che si dedica a migliorare l’aspetto e la fiducia in sé stessi delle persone sottoposte a trattamenti oncologici. Ed è anche il motore ispiratore del protocollo BEyond di BTX Bar, con i suoi percorsi di medicina estetica dedicati alle pazienti oncologiche, per tornare a sentirsi bene nella propria pelle senza vergogna né sensi di colpa.
“You better”, il tuo gesto di self-care
L’obiettivo più lungimirante non è sembrare più giovani. Ma “riconoscersi”. Il nostro claim “You better” è un invito a ritrovare allo specchio “la migliore versione di sé“, soprattutto a livello emotivo. Senza percepire continuamente un volto stanco, arrabbiato o distante da come ci sentiamo (o vorremmo sentirci) dentro.
La medicina estetica più evoluta non promette di cambiare chi siamo. Cerca piuttosto di colmare quella distanza tra identità, emozioni e percezione di sé.





